Un terzo del cibo prodotto nel mondo si perde o si spreca lungo la filiera alimentare, 1,6 miliardi di tonnellate di alimenti sottratti a chi nel mondo soffre la fame. Il 40% avviene nelle fasi di post-raccolta e lavorazione nei Paesi in via di sviluppo e nella distribuzione o per mano dei consumatori nei Paesi industrializzati. La soluzione a questa ingiustizia non è solo una questione tecnica, ha spiegato il cardinale arcivescovo di Manila, Luis Antonio Tagle:
R. – Un problema così grande come la fame, come la distribuzione degli alimenti non è un problema tecnico solamente: è una crisi umana! E’ per questo che si deve cambiare la prospettiva, passando da una prospettiva puramente tecnica allo sviluppo integrale della persona umana e anche della società. Lo spirito di questo intervento è la solidarietà, la comunione del bene comune. Purtroppo, quanto l’approccio è puramente tecnico, il mercato e il profitto sono più importanti.
D. – Si dice spesso che sia il mercato che comanda su tutto. Ecco, come sovvertire questa logica? Devono essere i governi, devono essere i popoli, deve essere la società civile?
R. – Sì, questo è però un processo di conversione e proprio per questa ragione è molto difficile, perché ogni persona è il governo. Ogni famiglia deve fare un esame di coscienza: “Quali valori operano nella nostra vita?”. Papa Francesco ha già detto che il cibo scartato è un cibo rubato ai poveri. E’ vero, perché nella nostra cultura di scarto non soltanto il cibo, ma anche l’acqua, i vestiti e valori sono scartati e il bene degli altri non entra nella coscienza.
D. – E’ molto importante questo incontro promosso dalla Santa Sede insieme all’Iran. Ed è anche molto importante che la Chiesa possa entrare in dialogo con le istituzioni politiche?
R. – Sì, sì! E’ molto importante, ma non come un attore politico, ma come coscienza. Noi abbiamo i tesori dalla Parola di Dio, dalla grande tradizione cristiana e anche dalla Dottrina Sociale della Chiesa. Per me, è una grande gioia questo incontro con la Santa Sede e l’Iran: è anche una testimonianza per il mondo, per il mondo diplomatico e anche per il mondo della vita quotidiana e delle persone ordinarie. Quando si tratta di una questione di cibo, di fame, tutti noi – in questo mondo comune – dobbiamo lavorare insieme, musulmani, buddisti, induisti, cattolici e cristiani, perché la vittima della fame è una persona umana.