In tutti gli incontri ecumenici avuti “ho potuto constatare – ha detto il Papa – che il desidero di comunione è vivo e intenso”. Tutto ciò è stato per me - ha aggiunto - “fonte di consolazione”:
“In quanto Vescovo di Roma e Successore di Pietro, consapevole della responsabilità affidatami dal Signore, desidero ribadire che l’unità dei cristiani è una delle mie principali preoccupazioni, e prego perché essa sia sempre più condivisa da ogni battezzato”.
Rispondendo all’interrogativo: “quale modello di piena comunione?" posto nel tema della plenaria, Francesco ha sostenuto che “l’unità dei cristiani è un’esigenza essenziale” della fede. “Invochiamo l’unità - ha spiegato - perché invochiamo Cristo”:
“È la nostra conversione personale e comunitaria, il nostro graduale conformarci a Lui, il nostro vivere sempre più in Lui, che ci permettono di crescere nella comunione tra di noi”.
E’ questo che sostiene gli studi e gli sforzi per avvicinarsi:
“Tenendo bene a mente questo, è possibile smascherare alcuni falsi modelli di comunione che in realtà non portano all’unità ma la contraddicono nella sua vera essenza”.
Innanzitutto - ha sottolineato il Papa - "l’unità non è il frutto dei nostri sforzi umani o il prodotto costruito da diplomazie ecclesiastiche, ma è un dono che viene dall’alto”:
“Noi uomini non siamo in grado di fare l’unità da soli, né possiamo deciderne le forme e i tempi”.
Qual è allora il nostro ruolo?
“Nostro compito è quello di accogliere questo dono e di renderlo visibile a tutti”.
L’unità – ha osservato Francesco - "prima che traguardo è un cammino”:
“L’unità come cammino richiede pazienti attese, tenacia, fatica e impegno; non annulla i conflitti e non cancella i contrasti, anzi, a volte può esporre al rischio di nuove incomprensioni".
L’unità si fa dunque camminando verso “una meta che potrebbe apparire piuttosto lontana”:
“Tutte le divergenze teologiche ed ecclesiologiche che ancora dividono i cristiani saranno superate soltanto lungo questa via, senza che noi oggi sappiamo come e quando, ma ciò avverrà secondo quello che lo Spirito Santo vorrà suggerire per il bene della Chiesa”.
In secondo luogo - ha chiarito Francesco - "l’unità non è uniformità”. “Le differenti tradizioni teologiche, liturgiche, spirituali e canoniche” sono "una ricchezza e non una minaccia per l’unità della Chiesa”:
“Il permanere di tali divergenze non ci deve paralizzare, ma spingere a cercare insieme il modo di affrontare con successo tali ostacoli”.
Infine - ha osservato il Papa - "l’unità non è assorbimento”:
"L’unità dei cristiani non comporta un ecumenismo 'in retromarcia', per cui qualcuno dovrebbe rinnegare la propria storia di fede; e neppure tollera il proselitismo, che anzi è un veleno per il cammino ecumenico".
Da qui l’invito di Francesco a vedere ciò che accomuna i cristiani, prima di ciò che separa:
“L’ecumenismo è vero quando si è capaci di spostare l’attenzione da sé stessi, dalle proprie argomentazioni e formulazioni, alla Parola di Dio che esige di essere ascoltata, accolta e testimoniata nel mondo”.
Per questo - ha concluso Francesco - “le varie comunità cristiane sono chiamate non a ‘farsi concorrenza’, ma a collaborare”.