‘Yes we did’, ce l’abbiamo fatta, ha sottolineato con orgoglio Obama, perché “oggi l’America è un Paese migliore”, ha detto, rivendicando quelle che secondo lui, ma forse non per gli americani che hanno preferito Trump alla Clinton, sono state grandi conquiste civili, tra queste la legalizzazione delle nozze gay, il salvataggio dell’industria automobilistica, la lotta allo Stato islamico.
Non ha citato Obama il presidente eletto Trump, se non per dire che farà di tutto per agevolare la transizione, ma non è quello che è apparso finora.
Ha parlato poi del futuro del Paese, assicurato che lavorerà per il bene degli Stati Uniti anche fuori della Casa Bianca per salvaguardare i principi di libertà, uguaglianza, democrazia, che in questa fase la minaccia del terrorismo rischia di intaccare, mettendo in guardia dal discriminare i musulmani d’America e le minoranze, a partire da quella afroamericana.
Un richiamo anche ai cambiamenti climatici: negarli – ha detto – sarebbe tradire le generazioni future e lo spirito del Paese. Infine il monito a non imitare la Russia e la Cina, “potenze rivali” che non possono eguagliare la nostra influenza sul mondo - ha lanciato il suo affondo Obama - a meno che non molliamo quello in cui crediamo e ci trasformiamo in un Paese che fa il prepotente con i vicini più piccoli.
Ultimo omaggio alla moglie Michelle, “la mia migliore amica”, che mi ha “reso orgoglioso”.