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L' Italia sbracata davanti alla tv

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Articolo in: Quotidiani e riviste  

Da "La Repubblica" di Giovanni Valentini 26/10/2002

L' Italia sbracata davanti alla tv

Che differenza passa tra le mutande di Gianni Morandi e quelle di Marcello Pera? Tra quelle bianche esibite in tv dal simpatico cantautore, nel suo show del sabato sera su Rai1, e quelle (a righe? a pois?) indossate dal presidente del Senato, quando cena da solo, ed evocate nella sua intervista al nuovo Tg2?

 

Nessuna. A parte ovviamente i rispettivi modelli e le rispettive misure, non c'è alcuna differenza. Nel senso che sia il "bravo ragazzo" della canzone italiana sia la seconda autorità dello Stato soggiacciono entrambi alla "dittatura dell' Auditel", cioè alla legge degli ascolti che condiziona e opprime la nostra televisione.

Entrambi si iscrivono perciò a quell' Italia sbracata, sguaiata, sboccata che la tv ha imposto come modello di comportamento, come stile (si fa per dire) di vita. Un'Italia in mutande, appunto. L'aspetto più increscioso di questo spogliarello mediatico è il rischio del contagio; il valore diseducativo; l' effetto-emulazione che può anche involontariamente alimentare, minacciando di innescare una reazione a catena.

D'ora in poi, sarà sempre più difficile convincere il cittadino medio teledipendente che non sta bene mettersi in mutande sul balcone di casa, in auto o magari allo stadio. Il peggio è che tutto ciò avviene sulla televisione di Stato, finanziata dal canone d'abbonamento, quella che dovrebbe svolgere una funzione di servizio pubblico.

A questo punto, non resta che affidarsi al nudo integrale, per poi aprire magari un dibattito sulle dimensioni e caratteristiche anatomiche del divo, del personaggio o, meglio ancora, della star di turno.

 

Se per carità di patria si può pensare che quella del presidente Pera sia stata una leggerezza, una civetteria, un ammiccamento, magari nel tentativo di rendersi più popolare e di compiacere il pubblico, Morandi invece ha dichiarato esplicitamente l'intenzione di attaccare l' Auditel, il controverso sistema che misura l' audience dei programmi tv attraverso una macchinetta, il fantomatico meter, installato nelle case di alcune famiglie italiane. E infatti, proprio in coincidenza con la sua esibizione in boxer, i telespettatori sono aumentati di un milione rispetto all' inizio dello show.

Dopo tante accuse e polemiche contro la "dittatura dell' Auditel", messo recentemente sotto processo sulle pagine di questo giornale, contestato in un convegno presso la Federazione nazionale della Stampa dalle associazioni "MegaChip" e "Articolo 21", non si poteva trovare un modo migliore per dimostrare quanto il sistema sia illegittimo e dannoso. Per ciò che riguarda la sua organizzazione e il suo funzionamento, rinviamo i lettori a un libro-inchiesta recentemente pubblicato da Roberta Gisotti e intitolato "La favola dell' Auditel" (Editori Riuniti).

Qui basterà dire che le famiglie dotate di meter sono 5.075 e che le persone coinvolte risultano 14 mila, di età superiore ai quattro anni, con una rotazione del 20 per cento all' anno.

 

La logica di mercato, per non dire la correttezza o la trasparenza, imporrebbe che la responsabilità della rilevazione fosse affidata a una società, un ente o un organismo "super partes". E anzi la legge Maccanico del '97 prevede espressamente che sia l' Authority sulle Comunicazioni a curare questo servizio, "controllando e vigilando su quelli svolti dai privati". Invece l' Auditel è governato dalle parti più direttamente interessate: l' emittenza pubblica, cioè la Rai, per il 33 per cento; l' emittenza privata, reti nazionali e tv locali, per un altro 33; gli utenti di pubblicità (Upa) e le principali associazioni delle agenzie e dei centri media (Assap, Otep, Assomedia) per un altro 33; e infine la Fieg, la Federazione degli editori di giornali, per il restante un per cento.

 

In queste condizioni, è facile comprendere come l' Auditel influisca pesantemente sui palinsesti televisivi, imponendo quello che Giulietto Chiesa - nella prefazione al libro citato sopra - definisce "un terrificante dominio mediatico". La misurazione degli ascolti prescinde dalla quantità reale di pubblico che sta davanti al televisore, dall' effettivo gradimento o dissenso degli spettatori, dalle richieste e dalle proposte degli utenti.

Da qui, ammesso pure che il campione statistico sia del tutto affidabile e che i meccanismi di rilevazione siano attendibili, nasce la tv senza qualità, la tv-spazzatura, la tv "deficiente".

Ma allora, in attesa che prima o poi l' Auditel cambi e la sua dittatura finisca, i giornali non potrebbero accordarsi intanto per comminare un black-out, un silenzio-stampa, alla tv in mutande? Non potrebbero semplicemente ignorare, anche nel proprio legittimo interesse, la televisione più banale, sguaiata e volgare, come fanno per i libri o per i film? Sarebbe già una sanzione, un modo di punire l' Auditel com' è oggi e tutti i suoi sudditi, di combattere la dittatura dell' audience. E forse anche di dare un ulteriore contributo alla crescita civile e culturale del Paese.

 

 

 

 

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