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Dal "Corriere della Sera" di Alberto Ronchey e Giulio 07/07/1999

Rai: autori, registi e giornalisti vogliono piu' qualita'
Polemica dopo le critiche di Ronchey sul tipo di servizio offerto dalla televisione di Stato e la replica del direttore generale Celli Rai: autori, registi e giornalisti vogliono piu' qualita' Il dibattito e' aperto. L' editoriale "La televisione senza qualita" firmato da Alberto Ronchey, in prima pagina sul Corriere del 5 luglio, ha provocato numerose repliche tra cui una lettera del direttore generale della Rai, Pier Luigi Celli (pubblicata ieri), e una del presidente Auditel, Giulio Malgara (qui sotto, a fianco di una nuova risposta conclusiva del giornalista - scrittore). Ronchey nella sua riflessione sulla Tv pubblica domandava: che uso fa la Rai del canone e perche' i palinsesti sono ricchi di quiz, varieta' , talk - show e poveri di documentari e programmi di cultura? Tra i possibili "imputati" il giornalista e scrittore individuava l' Auditel e il suo grado di affidabilita' dovuto al "campione poco dimostrativo". Nella risposta Celli sottolineava che la Rai e' un' azienda in via di trasformazione che da una parte cerca "d' interpretare dignitosamente i suoi obblighi di servizio pubblico", dall' altra cerca di "stare a pieno titolo nel mercato". Inoltre contestava che non vi siano nelle tre reti Rai documentari di produzione propria e programmi di cultura e spiegava che "varieta' e intrattenimento sono scesi ai minimi storici (9 % sul totale delle trasmissioni)". Infine ricordava la "qualita' e completezza dell' informazione fornita, ad esempio, negli ultimi tre mesi sulle vicende di guerra". Ed e' stato proprio l' intervento del direttore generale a suscitare le reazioni piu' accese, soprattutto da parte di dipendenti Rai che concordano con l' analisi di Ronchey. Una lunga missiva a nome dei 390 programmisti - registi Rai contesta a Celli di aver "costituito una societa' per azioni (esterna alla Rai, ndr), denominata "Serra creativa Spa" che ha lo scopo di creare prodotti innovativi destinati alla Tv. Ma fanno sapere di essere gia' circa in 390 ad avere "il compito di ideare e realizzare prodotti radiotelevisivi con un' alta qualita' culturale". Ma "sistematicamente - proseguono - veniamo mortificati dall' atteggiamento di questa direzione della Rai prodiga di quiz" a discapito di altri progetti culturali. Infine parlano del "rinnovo del contratto plurimiliardario al re dei quiz Michele Guardì ("I fatti vostri", "Lotto alle otto") e alla sua societa' Europa Europa per i prossimi 4 anni". In un' altra lettera, Fernando Ferrigno, vicecapo redattore del Telegiornale Tre, scrive: "Vuole, forse, il dottor Celli dire che e' superfluo discutere di Rai? Che occorre lasciar tranquillo chi ha il compito di traghettarla verso il nuovo? O, invece, si e' sentito "piccato", tanto da dimenticare ironia e misura?". Daniele Damele, presidente del Comitato regionale per i servizi radiotelevisivi del Friuli - Venezia Giulia, scrive che Ronchey ha "colto nel segno del suo editoriale". Infine, oggi, sul quotidiano "Il Tempo", Giampiero Gamaleri, consigliere d' amministrazione Rai, in un articolo ribadisce che "la gente in Tv vuole qualita".
RISPONDE RONCHEY
"Richiedo: che uso fa Viale Mazzini del canone?" Un recente Forum sulla qualita' della televisione, pubblicato dalla rivista Desk, s' apriva con il seguente giudizio di Jader Jacobelli: "E' facile convenire che, in generale, la Tv e' brutta. Ne convengono tutti. In Italia e anche fuori. Lo dicono ora anche gli inserzionisti...". A proposito dell' Auditel, seguiva la seguente osservazione di Roberta Gisottidella Radio Vaticana: "Nonostante le ripetute richieste rivolte anche da istanze pubbliche, come il Consiglio consultivo degli utenti presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, la societa' Auditel s' e' sempre rifiutata di fornire i criteri di selezione del campione". Sulla stessa questione, Giovanni Sartori ha osservato: "Il problema comincia con il campionamento. Per quel pochissimo che se ne sa (da uno scoop televisivo di Milena Gabanelli del marzo del 1998) le cinquemila famiglie che costituiscono il campione di Auditel sono persone che stanno tutto il giorno a guardare la televisione segnalando qual e' il programma che guardano (quando non s' addormentano, si annoiano o fanno altro), ricavandone a fine anno un "regalino". Come fanno queste famiglie del tutto anomale pagate in "regalini" (e reperite con 9 rifiuti su 10) a costituire un campione affidabile?". Il testo citato e' apparso su L' Espresso ("Ma liberaci dall' Auditel. Amen!") del 20 maggio e non mi risulta che Giulio Malgara abbia replicato. A questo punto, sono in debito di una risposta anche a Pier Luigi Celli, direttore generale della Rai, che in una replica parecchio piu' lunga del mio articolo ha detto tante cose, ma non ha risposto alla domanda essenziale: che uso fa la Rai della tassa chiamata canone? Non ha fornito un compendio di bilancio, ma ha solo manifestato un' inclinazione a raccogliere il massimo di denaro attraverso la pubblicita' . Si puo' capire, poiche' Celli e' un uomo di conti, dicono anche molto bravo, ma in questo caso tende alla deformazione professionale, cioe' al giustificazionismo d' ogni scelta, mentre sembra considerare cultura cio' che lui stesso e i suoi collaboratori hanno deciso di chiamare cultura.
Alberto Ronchey
RISPONDE MALGARA
"Auditel non c' entra, i nostri rilevamenti sono molto rigorosi" Ancora una volta Auditel, la societa' "super partes" per la rilevazione dell' ascolto televisivo in Italia, viene tirata in causa, in modo francamente ingiusto, in una discussione sulla qualita' dei programmi televisivi. Alberto Ronchey, che e' un prestigioso giornalista ma non ci risulta essere un esperto di ricerca sociale, accusa l' Auditel di scarsa affidabilita' con una serie di argomenti che vale la pena di chiarire per la loro assoluta infondatezza. Non e' vero che Auditel si sia rifiutata di spiegare i criteri di selezione del suo campione rappresentativo della popolazione italiana. Al contrario: la sua metodologia e' ben nota a tutti gli utilizzatori grandi e piccoli, ed e' stata presentata alla stessa autorita' per le garanzie nelle comunicazioni. Nessun mistero, quindi, eccetto per i nomi delle famiglie che, per un elementare rispetto della "privacy" e per tutelare l' indipendenza della rilevazione, non vengono ovviamente resi pubblici (se non per i severi controlli esercitati da certificatori e societa' di "auditing"). L' impressione e' che si faccia parecchia confusione tra i "sondaggi", ai quali (dice Ronchey) si possono dire bugie, e un "panel" monitorato minuto per minuto dall' oggettivita' di uno strumento elettronico che memorizza le scelte dei telespettatori. Anche l' argomento della numerosita' delle famiglie e' obiettivamente spuntato: con i suoi 8.500 meter (quasi 14.000 individui) il campione italiano e' il piu' grande e controllato del mondo. Con gli stessi numeri, negli Stati Uniti si rileva l' ascolto di una popolazione cinque volte piu' grande su un territorio trenta volte piu' esteso del nostro Paese. Allora perche' attaccare ancora (in modo anacronistico, ad esser sinceri) la ricerca televisiva? La Tv ha certamente bisogno di risorse, e Auditel e' , appunto, il rigoroso strumento per garantirne la pianificazione. Le aziende che investono in pubblicita' , e sono rappresentate dall' Upa (di cui sono il presidente), chiedono e ottengono da Auditel dati affidabili. Queste stesse aziende chiedono al mezzo buona televisione. Non vi e' contraddizione tra voler conoscere in modo serio i diversi pubblici e "qualita" dei programmi. Basta saper leggere le informazioni e compiere le scelte giuste. Anzi, le ricerche (questo vale per la Tv come per la stampa) sono una fonte assolutamente necessaria per migliorare il prodotto televisivo o giornalistico. Auditel non e' nemica della qualita' . Cio' e' talmente vero che, in Inghilterra, la locale Auditel, denominata Barb, e' fortemente sostenuta anche dalla Bbc che, pur non avendo interessi pubblicitari, ha bisogno, come il servizio pubblico italiano, di conoscere a chi parla. Da ogni punto di vista Auditel, che e' un' indagine rigorosa, non e' certamente responsabile di quanto le viene attribuito in forza di un pregiudizio culturale centrato sullo specifico del mezzo televisivo e sull' "Araba Fenice" della qualita' .
Giulio Malgara presidente Auditel