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Rai, dalla lottizzazione all'occupazione

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Articolo in: Quotidiani e riviste  

Da "L'Eco di Bergamo" di Maria Carla Rota 16/01/2007

Rai, dalla lottizzazione all'occupazione

Un libro della giornalista Roberta Gisottipassa al setaccio gli ultimi tredici anni della televisione di Stato «Sbagliato affidare all'esterno la produzione dei programmi». E i «professori» licenziarono le orchestre<br /

 

«In tredici anni, dal 1992 al 2005, si sono succeduti 8 consigli d'amministrazione, 13 presidenti, 11 direttori generali, 11 direttori del personale, senza contare le decine e decine di nomine dei sottoposti a ogni cambio dei vertici. Tutti, a destra e a sinistra, hanno contribuito al suicidio della tv italiana, rispondendo, qualcuno intenzionalmente e qualcuno involontariamente, al progetto di dissoluzione della Rai, ideato dalla loggia massonica P2, in nome della libertà d'antenna».
Roberta Gisotti, giornalista di Radio Vaticana, torna ad occuparsi di televisione con un altro libro che non passerà inosservato: dopo aver scatenato un terremoto con le sue rivelazioni sui meccanismi dell'Auditel (ha pubblicato La favola dell'Auditel nel 2002, aggiornato nel 2005 con La favola dell'Auditel. Parte seconda: fuga dalla prigione di vetro ), stavolta ripercorre la storia della Rai durante gli anni della seconda Repubblica, dalla presidenza di Walter Pedullà nei primi Anni Novanta alla legge Gasparri, fino alla recente proposta Gentiloni. Dalla tv dei professori alla tv deficiente. La Rai della seconda Repubblica , edito da Nutrimenti, è stato presentato ieri alla libreria Arion Montecitorio a Roma, nel corso di un dibattito sul futuro della televisione pubblica, al quale parteciperà anche il ministro delle Comunicazioni Paolo Gentiloni. Pur sottolineando come la politica abbia avuto un ruolo determinante e disastroso, Gisotti non vuole lanciare accuse contro alcuno schieramento in particolare. Assume piuttosto il punto di vista di una «addetta ai lavori», visto che è consulente Rai da molti anni: «Ci tengo a fare memoria - spiega -. Un'esigenza sentita da molti che lavorano internamente alla Rai, perchè in futuro non si ripetano gli stessi errori commessi in passato. Siamo ancora in tempo a cambiare la situazione: io non credo nè nel monopolio nè nel duopolio, ma nella nascita di più poli che possano dare voce alle diverse espressioni della vita italiana».
Il libro si apre con il capitolo sulla «Rai dei professori», il cui obiettivo era quello di rilanciare la più grande industria culturale italiana, per ricompattare il Paese all'indomani dello scandalo Tangentopoli: un obiettivo che, però, non viene raggiunto. Perchè?
«La "tv dei professori" non si realizza, perchè è già compromessa dal duopolio, legalizzato nel 1991 dalla legge Mammì. I membri del Consiglio d'amministrazione definiti "professori" sono parte di un mondo accademico estraneo alla tv, incapaci di arrestare il processo di omologazione che porta all'imposizione del modello di tv commerciale. Per assurdo, sono loro a infliggere un brutto colpo alla cultura, sopprimendo, senza riflettere, le orchestre sinfoniche della Rai, perchè economicamente non tornano utili: prestigiose e storiche istituzioni che hanno segnato per oltre sessant'anni la storia della musica in Italia vengono liquidate proprio da chi è deputato a promuovere la cultura in televisione. Sempre i professori introducono la spettacolarizzazione dell'informazione, asservendo all'Auditel anche i telegiornali».
Il punto d'arrivo è la «tv deficiente» di oggi.
«È un termine coniato da Franca Ciampi, moglie dell'ex presidente della Repubblica. Un'espressione molto calzante, che indica una tv infarcita di idiozie, violenze e volgarità, una tv che propone modelli sociali scorretti e dannosi, soprattutto per i bambini e gli anziani, che costituiscono la maggior parte del pubblico e sono anche quelli che più subiscono l'influenza della tv. La televisione generalista dovrebbe formare le coscienze, informare e intrattenere: oggi invece affligge, diseduca, deprime».
Quali sono stati i principali errori commessi?
«Innanzi tutto, si sono mandate ai vertici Rai persone estranee al mondo della televisione, invece di valorizzare le competenze aziendali: il management dell'azienda è sempre stato mortificato, i ruoli e le conoscenze interne invalidate. A un certo punto si è addirittura è deciso di affidare la produzione a 5-6 aziende esterne, tra cui Endemol, Ballandi Entertainment e Magnolia, che vendono i loro prodotti anche a Mediaset, col risultato che le spese sono aumentate, perchè queste hanno fatto cartello tra loro. Poi, determinante è stato il ruolo della politica, che a ogni avvicendamento di governo ha preteso il cambio dell'establishment: se con la prima Repubblica si parlava di lottizzazione, con la seconda si passa proprio a un'occupazione fisica della tv, per cui i membri del cda si sono ritrovati pubblicamente condizionati a rispecchiare gli orientamenti del partito d'appartenenza. Infine, troppo spazio è stato dato agli interessi economici, trasversali agli schieramenti politici: il duopolio in realtà non è stato osteggiato da nessuno e si è lasciato che fosse l'Auditel a dettare legge nelle televisione italiana».
Lei però vede uno spiraglio in questa situazione.
«Sì, ho scritto questo libro perchè penso che la Rai possa ancora essere rilanciata. La riforma Gentiloni, presentata lo scorso 9 gennaio a Roma, è un importante passo avanti in questa direzione. L'attuale ministro delle Comunicazioni ha centrato i punti deboli: liberare la Rai dallo strapotere della politica e della pubblicità e riformare il sistema di rilevamento degli ascolti, in modo che non sia più basato solo sul dato quantitativo, ma misuri anche la qualità erogata, quella percepita e quella attesa. Il progetto ha un solo punto debole: fissa un tetto del 45% per ogni emittente tv nella raccolta pubblicitaria. Una percentuale altissima, perchè Rai e Mediaset insieme si accaparrano il 90%, lasciando agli altri soggetti solo il 10%».
Leit motiv del libro è la frase con cui si chiude ogni capitolo: «È follia... ma v'è del metodo».
«È tratta dall'Amleto . Riassume in poche parole quel che è successo: è stata una follia ridurre la Rai a così poca cosa, ma c'era una mente dietro. Il lettore ora deve sapere di chi sono le responsabilità, poi merita una televisione migliore. Per anni ci si è trincerati dietro la scusa, decisamente offensiva, che non si poteva fare una tv migliore, perchè - si diceva - "il 70 per cento degli italiani ha solo la terza media, è un popolo di ignoranti". È ora invece di alzare la qualità dell'offerta pubblica, così anche i canali privati saranno obbligati ad adeguarsi di conseguenza».

 

 

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