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L'Auditel è la guerra degli stupidi e mette la televisione in mutande

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Da "Oggi" n. 46/2002 di Gennaro de Stefano 01/11/2002

L'Auditel è la guerra degli stupidi e mette la televisione in mutande
Sveliamo i misteri del discusso istituto di rilevamento degli ascolti che promuove o boccia le carriere del piccolo schermo. «La provocazione di Mo- randi dimostra che si premiano i programmi più volgari», dice Renzo Arbore - «Il
 

È un grande bluff; e ormai se ne sono accorti tutti, an-che l'Autorità per le comunicazioni. Lo strumento più odiato e amato da chi fa televisione, l'Auditel, dà i numeri, in tutti i sensi. Con i rilevamenti degli ascolti, questa società quotata in Borsa, innalza sugli altari o getta nella polvere una trasmissione, brucia carriere o crea personaggi. E lo fa così: un'apparecchietto (chiamato meter), installato sui televisori di 5 mila famiglie italiane, registra quando l'utente resta per più di 31 secondi sintonizzato su un programma. In base a una proiezione, che viene definita matematica (ma che, come vedremo, non ha niente di scientifico), le 5 mila famiglie diventano l'intera popolazione italiana, rappresentando, ciascuna di esse, 10 mila nostri concittadini e circa 1 milione di euro di intro- iti pubblicitari. Insomma, se una famiglia Auditel si orienta su un programma, muove interessi colossali. E allora: 7 milioni di spettatori, un successo; 3 milioni, un flop. «Grazie ci avete visto in 13 milioni!», un trionfo. Male cose non stanno affatto così, perchè tutti quei numeri sono fasulli, poco più che convenzionali. Qualche anno fa Telecapri venne chiusa per un intervento della magistratura, eppure l'Auditel continuava tranquillamente ad assegnarle 230 mila spettatori. Spettatori di cosa? Del monitor spento.
La trasmissione di Fabio Fazio, Quelli che... il calcio, fu interrotta dopo l'uccisione di un tifoso del Genoa e lo schermo rimase fisso sulle sedie vuote dello studio. Be', Fazio registrò, in quell'ora di black out, tre milioni di ascolti... Ma l'Auditel ha anche certificato che in Italia ci sono tre milioni e mezzo di utenti capaci di rimanere incollati dinanzi al segnale orario di Raiuno che aveva interrotto, a causa di un temporale, uno spettacolo all'aperto condotto da Mara Venier. Mentre, il 15 gennaio '95, per sbaglio, fu mandata in onda la replica della puntata di Harem del 17 dicembre del 1994. E l'Auditel segnò un ascolto identico, coincidenza talmente improbabile da suscitare più di un sospetto.
Ma c'è pure chi si diverte a dimostrare l'inattendibilità del sistema di rilevamento Auditel. «Ho interpretato alcune puntate di Un posto al sole», racconta l'at- tore Corrado Taranto, per dodici anni nel campione Auditel, «e tutta la mia famiglia si sintonizzava sempre sulla mia soap, per aumentarne fittiziamente l'audience. Anche se il settanta per cento di quello che guardavamo veramente, non lo ritrovavamo mai negli indici di ascolto del giorno dopo. A volte inventavo di avere un'ospite di 85 anni e mi sintonizzavo sui canali porno della notte». E su questo si stilavano divertenti statistiche...
Augusto e Vincenza Melito, già famiglia-Auditel, dicono: «Noi ci limitavamo ad accendere la Tv, dichiarando chi era presente, senza rispettare nessuna delle regole per il corretto rilevamento...». Un altro ex, Francesco De Paolis, racconta: «Accettammo per curiosità e nella presunzione di sancire successo e insuccesso di show e conduttori. Quando si accende la Tv il rilevatore comincia a lampeggiare, chiedendo: "Chi è presente?". Sullo speciale telecomando, si preme il tasto che corrisponde al nome di chi sta guardando. Passato il primo (breve) momento di entusiasmo, i miei figli (concentrati sui cartoon o su E.R.) passavano ore davanti alla Tv ignorando le richieste sempre più disperate dell'Auditel: "Chi è presente?"». Alla giornalista Roberta Gisotti, di Radio Vaticano, autrice del libro-inchiesta La favola dell'Auditel, un'anonima «auditelina» confessò: «Lascio acceso tutto il giorno su un canale, anche se esco. In più, se ho un ospite che registro sul tasto del televisore del soggiorno, automaticamente questi viene conteggiato anche sull'altro che sta nel tinello, per cui alla fine conta il doppio». Il numero di spettatori assegnato alle trasmissioni televisive è dunque frutto di una deduzione che nulla ha di matematico o statistico, ma serve ai proprietari dell'Auditel (Rai, Mediaset e pubblicitari) per decidere le tariffe degli spot Un accordo commerciale che può distruggere una carriera, esaltarla o farci passare per guardoni o imbecilli. Insomma, l'Auditel, quando conta a modo suo l'italiano medio, lo trasforma in italiano mediocre. Mentre la media dei nostri concittadini è sicuramente migliore, stando ai più attendibili rilevamenti dell'Istituto nazionale di statistica. Ed è qui il vero problema. Il «campione Auditel», infatti, è composto in gran parte da consumatori teledipendenti, a cui si rivolge la pubblicità. E, per andare incontro ai loro gusti molto grossolani, si moltiplicano i programmi scadenti, volgari, farciti di battutacce e nudità, che, secondo i fasulli rilevamenti Auditel, sareb- bero però visti da 8-10 milioni di spettatori. Un cane che si morde la coda: io eleggo a spettatore-campione, proprio quello più incline a «scegliere» il programma che mi sembra più adatto alle esigenze della pubblicità tv. Ma c'è modo di sapere se ai teleutenti piace o no questo tipo di televisione? Sì, è l'Iqs, l'istituto di rilevamento della qualità dei programmi, che è della Rai e sonda gli umori del pubblico attraverso contatti telefonici. Ma dal 1997 tace. Perchè? Il 19 ottobre Gianni Morandi si è presentato al pubblico di Uno di noi in mutande, per denunciare il livello sempre più basso della nostra Tv. Come in Mutande pazze, profetico film di Roberto D'Agostino, l'audience sale in proporzione inversa alla qualità del programma. Più ci si mette nudi, più la gente (dice l'Auditel) si diverte, sghignazza, applaude. «Morandi ha tutto il mio sostegno, perchè ha dimostrato, con una simpatica provocazione, che l'Auditel premia i programmi che spingono verso il basso», dice a Oggi Renzo Arbore. Ma il re del gossip, Roberto D'Agostino, obietta: «Quelli che sbraitano contro l'Auditel, quando vincono, stanno zitti. Salvo, se perdono, gridare come ragazzini: "Non vale!". Ma la cultura viene offesa solo quando perdi? L'Auditel e una convenzione, farne un uso diver- so è sbagliato».
«Il nodo centrale», incalza Arbore, «è che nessuno conosce il criterio con cui vengono scelti gli utenti a cui affidare l'apparecchietto per il rilevamento. Non sappiamo nè chi sono, nè la loro suddivisione per classi sociali, cultura, professione, età. E quindi, quando un programma, banale o volgare, viene premiato da milioni di "contatti", significa che qualcosa non quadra. C'è poi un equivoco da chiarire: non sempre la quantità significa qualità. Io ho fatto un programma con Banfi che si chiamava Aspettando Sanremo e toccò punte di 10 milioni di spettatori, ma chi se lo ricorda? Nei miei concerti, invece, mi chiedono sempre Ma la notte no. Eppure Indietro tutta e Quelli della notte facevano solo tre milioni. La televisione è cultura. non dovrebbe assecondare i gusti più beceri».
Rodolfo De Cristofaro, docente di Statistica all'Università di Firenze, è stato perito del tribunale nella causa tra Rai e Mediaset sul rilevamento degli ascolti: «La totale inattendibilità dell'Auditel discende dalla mancanza di rigore scientifico nella selezione degli utenti campione», spiega. «La società dichiara di aver contattato 50 mila famiglie, scelte a caso sull'elenco telefonico, ma solo il 10 per cento ha accettato di farsi installare in casa il meter. Noi matematici sobbalzia- mo quando, su un campione di 100 persone, 10 rifiutano di rispondere figuriamoci quando i no sono il 90 per cento.
«L'utilizzo dell'apparecchietto, poi, è molto invasivo: ogni volta che si accendere la Tv, si deve premere un pulsante; se ci si alza, lo si deve segnalare, e via dicendo. Va bene i primi giorni. ma poi nessuno si sottopone più a questa schiavitù. Sul piano statistico, il campione selezionato è. dunque, distorto. Comunque, l'anomalia più macroscopica è che ogni sera non sono 20 milioni gli italiani che si siedono davanti al televisore, sopratutto il sabato. Sono, invece. poco più della metà. come si può ricavare da un indagine molto seria dell'Istat sul tempo libero. L'Auditel fa quindi una sovrastima colossale, con valori assoluti del tutto falsi».
Ce n'è in abbondanza per scatenare le associazioni dei consumatori, che hanno presentato una denuncia all'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, segnalando «la non veritiera raccolta dei dati di ascolto delle TV, sui quali vengono ideati sia i palinsesti che i programmi basati su un assunto: 5.075 famiglie del campione Auditel decretano la fortuna (o il fallimento) dei programmi, anche se non esiste la prova certa che, in quel determinato giorno e a quella determinata ora, le "famiglie Auditel" stiano davvero guardando quel determinato programma». Aggiungono le associazioni: «Non si conoscono i criteri di scelta del campione, nè se le famiglie Auditel, coperte dal segreto più assoluto, propendono per una Tv che faccia cultura o per una Tv spazzatura basata sulla volgarità. Se la Tv è scadente, violenta e diseducativa è perchè si basa sulla rincorsa degli indici di ascolto, arbitrariamente certificati dall'Auditel, cioè da un'impresa fondata da Rai, Mediaset e Upa (i controllati che autocertificano se stessi)».
È nata, così, l'associazione Megachip, presieduta dal giornalista Giulietto Chiesa, che ha lanciato la campagna Basta Audi- tel, non perchè sia contro i rilevamenti di ascolti, precisa Giulio Gargia, suo autorevole esponente, «ma perchè ne vogliamo di più, di più ricchi e, soprattutto, più articolati in favore dei cittadini». Insomma, come dice Renzo Arbore, «nessuno pretende Macbeth in prima serata, ma almeno programmi garbati come se ne facevano negli anni '60. Ricordate Studio Uno? Avete mai sentito Walter Chiari scivolare nel doppio senso o nella battuta volgare? Oggi la Tv pare non premiare più il garbo, ma il chiasso. E, quando sento proclami come questo: "La Zingara batte Biagi", inorridisco. In difesa del buonsenso e del buongusto, aggiungerei una parolina piccola piccola: purtroppo».
Ma sarà poi vero che La Zingara batte Biagi e che la De Filippi fa 7 milioni e Morandi 7,5? Sarà vero che il telegiornale di La7, un tg garbato, non urlato e per certi versi molto obiettivo, arriva solo al 2 per cento dello share? No, a questo punto niente è più sicuro. E questo non è un male, perchè, se salta il perverso meccanismo messo in piedi dall'Auditel, forse si potrà tornare a sperare in una Tv più decente.





 

 

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