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Il personaggio Roberta Gisotti

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Da "RomaSette.it" L'informazione on line della Dio 09/02/2007

Il personaggio Roberta Gisotti
"Favola dell'Auditel" e tv "trash". Parla la giornalista di Radio Vaticana autrice di libri sul piccolo schermo di Francesco Lalli
 

«La riforma Gentiloni deve essere accompagnata da altri provvedimenti normativi, come la riforma della Rai, ma anche da una legge sul conflitto d'interessi». È quanto ha affermato il presidente dell'autorità per le Comunicazioni, Corrado Calabrò, durante un'audizione alla Camera di qualche giorno fa. Ma una tv diversa è possibile? Sì, a sentire Roberta Gisotti, attualmente caporedattore presso la Radio Vaticana e consulente Rai, autrice di libri come "La favola dell'Auditel" e, più recentemente "Dalla Tv dei professori alla Tv deficiente", da cui esce l'immagine del piccolo schermo schiavo del mercato e della politica.

Spesso ha evidenziato che solo una famiglia su dieci accetta di avere l'Auditel in casa, il che secondo la statistica rappresenta il 10% delle famiglie italiane. Quest'esiguo campione, però, decide quali sono i programmi più visti rispetto al restante 90%. Come è potuto accadere e perchè si continua a dare tanto credito ai dati Auditel?
È accaduto perchè il reclutamento dell'Auditel si basa su un'adesione volontaria delle famiglie che vengono selezionate senza alcun valido criterio socio-demografico. Basta pensare che fino a qualche mese fa si usavano ancora gli elenchi del telefono per contattarle. In realtà l'Auditel è nato vent'anni fa come patto stretto tra Fininvest, Rai e Upa - l'Unione che raccoglie i potentati economici della pubblicità - per spartire equamente gli introiti degli investimenti pubblicitari blindando, nel contempo, il sistema televisivo attraverso un duopolio che sostanzialmente ancora dura. Il risultato è un regime di finta concorrenza per tenere alta l'attenzione sul mezzo televisivo, mentre la comunicazione viene asservita al mercato della pubblicità.

Con quali ricadute?
I cittadini, quelli reali, non quelli virtuali del campione Auditel, sono di fatto tenuti fuori dal sistema televisivo. Non hanno mezzi per incidere su di esso, non contano nulla e per di più subiscono il paradosso di una tv che è modellata dal suo strumento di rilevazione. Mi spiego meglio. Per gli standard dell'Auditel, 31 secondi continuativi su una trasmissione bastano a entrare a far parte del suo pubblico, a prescindere dal fatto che in quel momento ci sia fisicamente qualcuno davanti alla televisione o che si stia valutando la qualità del prodotto prima di cambiare canale. Questo significa che le trasmissioni stesse vengono riempite di momenti studiati per catturare quanta più attenzione possibile nel più breve tempo possibile. Non c'è poi da stupirsi se viviamo immersi in una tv trash, fatta di espedienti e cattivo gusto.

Nel suo ultimo libro, "Dalla Tv dei professori alla Tv deficiente", lei prende in esame le varie riforme del sistema radio televisivo e, in particolare, le leggi di formazione del cda della Rai a partire dal 1993, ovvero dal tentativo di rilanciare quella che veniva considerata la "più grande industria culturale" del Paese. Vedendo i risultati di oggi viene da domandarsi: che cosa non ha funzionato?
Non ha funzionato niente, nel senso che si è continuato a perseguire l'unico obiettivo dell'audience. In questo caso c'è un'enorme colpa della politica. Allora si usciva da Tangentopoli, e si pensava di dover moralizzare in qualche modo anche il sistema radio-televisivo rivedendo l'ingerenza partitica all'interno del servizio pubblico. Con la Seconda Repubblica è accaduto esattamente il contrario e abbiamo assistito all'occupazione fisica degli spazi. Oggi nessuno si scandalizza più quando i giornali riportano i nomi dei consiglieri d'amministrazione piuttosto che dei direttori di rete aggiungendo "in quota" a questo partito o a quell'altro. Così poi si giudica il loro operato non in virtù della qualità espressa dall'azienda, ma in relazione alla coerenza con le indicazioni che vengono dalla leadership del proprio partito. Si tratta di un fatto gravissimo a cui abbiamo, purtroppo, fatto l'abitudine.

Come si può uscire da questa situazione?
Facendo tre cose: superare realmente il duopolio, risolvere il conflitto d'interessi, e usare sistemi di rilevamento di tipo quantitativo e qualitativo validi. Che registrino, per esempio, la qualità percepita e quella attesa dal pubblico nei confronti dei programmi.

Nel suo messaggio per l'ultima Giornata delle comunicazioni sociali il Papa ha detto che «educare i bambini ad essere selettivi nell'uso dei media è responsabilità dei genitori, della Chiesa e della scuola». Cosa potrebbe fare la televisione?
Trovo giusto richiamare la famiglia e la scuola a sollecitare le capacità critiche dei giovani. Però bisogna anche ricordare le responsabilità oggettive di chi fa televisione, perchè con i ritmi della vita di oggi spesso è piuttosto difficile riuscire a vigilare e guidare costantemente i ragazzi durante la visione. La prima cosa da fare sarebbe rivedere la programmazione in determinate fasce orarie. Pensiamo ad esempio al pomeriggio, un tempo dedicato ai programmi per i ragazzi e oggi occupato da programmi di gossip, scandali e cronaca nera.

 

 

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