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Da "www.webalice.it/enricogiardino" di Enrico Giardino 29/04/2004

"Tv e opinione pubblica" Università La Sapienza 29-9-2004
Ho assistito - nella mattinata - al Convegno "TV ed opinione pubblica, il rilevamento degli
ascolti nei mezzi di comunicazione" indetto dall'Ist.di studi legislativi (prof. Giampiero Orsello) e dal Censis (prof. De Rita). Ad esso hanno partecipato personalità del mondo comunicativo,
istituzionale e dei consumatori.
Più che commentare i singoli interventi uditi - una quindicina preferisco
svolgere delle considerazioni personali sul problema (da me affrontato dal 1986 fino al
2003, anche nel libro "Diritto a comunicare e sovranità popolare" - ed. Frilli 2003).
Un particolare apprezzamento voglio fare alla comunicazione scritta di Roberta Gisotti - e per la sua coerente attività su questo tema, segnalata anche nel mio libro - e per quella orale di G.Orsello, che non ha ripudiato - come troppi hanno fatto - la sua storia RAI nè la sua cultura
costituzionale a difesa del servizio pubblico e della democrazia comunicativa.
Segnalo anche l'importanza di mobilitare intelligenze e poteri per neutralizzare uno strumento "ideologico- mercantile" che è servito a produrre un monopolio tutto - commerciale della
radiotelevisione italiana, promuovendo così l'ascesa di Berlusconi e del berlusconismo.
Sul problema Auditel rinvio alle lotte condotte in RAI a metà degli anni '80, al convegno del 2001
promosso da Manieri (consumatori), al libro di Roberta Gisotti "La favola dell'Auditel" , al mio libro citato, al sito WEB-DAC: www.romacivica.net/forumdac.
Sul versante dell'analisi e della denuncia- ben documentate- non vi sono per noi grandi incertezze: il problema sta invece nelle soluzioni che intendiamo proporre e nel potere di conseguirle.
Sappiamo tutti che Istituzioni, governi e partiti diversi, sindacati, poco o nulla hanno fatto per
affrontare questo problema - sollevato da tempo - meno che mai per risolverlo: dovremmo allora
indagare il perchè di questo atteggiamento. Nessuno ci assicura che esso possa essere diverso nel nuovo Governo.
Anzi, le proposte elettorali e programmatiche del centro-sinistra (+ Bertinotti) non includono il
sistema comunicativo, meno che mai la revisione dell'Auditel o di altri strumenti di mercificazione
del servizio radiotelevisivo e comunicativo, sia esso pubblico o privato.
1. La soluzione del problema oggi:
Ricordo anzitutto che l'introduzione dell'Auditel, come strumento unico di giudizio "di valore" sui
programmi radiotelevisivi e non come strumento di ripartizione della pubblicità (come si disse e si
dice ancora) fu voluta dal duo Craxi-Berlusconi e "subita" dai vertici "socialisti e democristiani" della RAI degli anni '80. Come ho scritto nel mio libro, la RAI - come servizio pubblico - aveva ed ha
interesse a misurare l'ascolto sia in termini di qualità (gradimento, soddisfazione) che di quantità
(numero di utenti che seguano realmente un programma, non che lasciano acceso un televisore).
Il servizio opinioni prima- sotto il controllo diretto del CdA/RAI emanazione della Comm.
parlamentare di Vigilanza- e il sistema IQS dopo- nonostante limiti e contrasti- assolsero ed
assolvono appunto a questo ruolo (come afferma Roberta Gisotti ).
Ma il problema politico che inficiava ed inficia ogni autonomia della RAI - oggi molto più che in
passato - è il fatto che da decenni la RAI non è antagonista o competitiva a Fininvest/Mediaset:
prima è stata consociativa e complementare (anni '80- 90), poi subalterna ed omologa. Oggi è
dominata direttamente dal padrone di Mediaset e scimmiotta al ribasso l'offerta e la struttura
Mediaset.
Le prove di questa situazione sono molteplici, basta ricordarne una tra tante: da 18 anni le quote di ripartizione della torta pubblicitaria tra RAI e Mediaset sono costanti e così la loro somma (95%
delle risorse pubblicitarie con il 90% dell'ascolto totale). Quindi un duopolio consociativo che usa il "METER"
per impedire ad altri gestori di entrare nel sistema e per allineare al ribasso l'offerta radiotelevisiva
comune.
Nella situazione attuale è possibile che la RAI o Mediaset si ravvedano e cambino strada? Io credo
di NO.
Allora la soluzione che cerchiamo deve tener conto di questa realtà, trasformandola. Come ?
A mio avviso, noi non dobbiamo contestare che nel campo privatistico i gestori dei media possano
usare strumenti - da loro pagati e più o meno affidabili - per tarare le tariffe pubblicitarie da
applicare ai loro clienti. Dobbiamo contestare che questa rilevazione "interna" possa avere un
qualche riflesso sul giudizio quantitativo e qualitativo dei programmi radiotelevisivi.
Misurino i privati tutti i parametri che vogliono, noi dobbiamo/vogliamo sapere quante persone
vedono o non vedono -cambiando canale o spegnendo - gli spot pubblicitari offerti.
Dal punto di vista istituzionale e costituzionale invece la cosa si pone in tutt'altro modo.
I cittadini e gli utenti radiotelevisivi sovvenzionano l'intero sistema- con il loro danaro, con il loro
tempo d'ascolto, con le frequenze (bene pubblico), con i loro acquisti di ogni prodotto/servizio - e
quindi hanno diritto di far conoscere e di conoscere l'indice di gradimento-accettazione dei
programmi- servizi offerti, sia da gestori pubblici e comunitari che da gestori privati.
Ciò vale non solo per la radiodiffusione, ma per l'intero sistema comunicativo integrato (SIC).
Questo diritto è parte integrante del DIRITTO a Comunicare, sia in senso passivo che attivo.
E' quindi lo Stato- nazionale e regionale - che deve garantire un simile rilevamento, per verificare
in modo pubblico, trasparente ed affidabile l'adattamento (qualitativo e quantitativo) tra domanda
ed offerta.
Questo adattamento (fitting) conviene in realtà a tutti i gestori: infatti un gestore che ne prescinda o
cade in disgrazia o gode di una situazione di monopolio assoluto e se ne frega. E' questo appunto
il caso della premiata ditta monopolista "Mediaset-RAI".
In questo quadro, sono i gestori dei servizi comunicativi e radiotelevisivi pubblici e comunitari
(altro che privatizzarli !) che debbono fare da "traino" e da "esempio" per tutti gli altri. Sappiamo tutti che testate, radio e TV "deboli" non hanno rilevamenti di ascolto e quindi non introitano pubblicità come potrebbero.
Ma perchè lo Stato assolva a questo ruolo servono risorse adeguate (danaro ed uomini), dove
prenderle?
Il problema delle risorse è decisivo e non può essere omesso. Le soluzioni ci sono: tassare la
pubblicità, devolvere parte di tutti i canoni (non solo RAI) al rilevamento della "domanda e delle
reazioni del pubblico", potenziare e rilanciare il sistema IQS della RAI, ponendolo sotto il controllo
popolare ed istituzionale.
Questo rilevamento di qualità-quantità può essere affidato - come sostengo nel mio libro- ad un
doppio circuito istituzionale ed associativo: si pensi ad associazioni - come Greenpeace, VWF ed altre - che forniscono valutazioni di qualità pubbliche su programmi e news d'interesse ambientale.
Il terzo circuito di valutazione - quello principale - deve e può essere quello diretto del pubblico
(cittadini, lavoratori, utenti, ecc.). Inoltre gli indici di gradimento debbono essere "relativi" riferiti ai
generi dell'offerta: non è la stessa cosa valutare l'ascolto di una grande partita di calcio o di un
programma educativo, di salute - o comunque - di interesse più specifico e più limitato.
2. Il potere necessario a realizzarla:
E' del tutto palese che la società e le sue espressioni organizzate- altre dai partiti o da coloro che hanno capitali, mass-media e tecnologie - non hanno nel nostro Paese nessuna agibilità politica e nessuna agibilità mediatica. Sono allora le Istituzioni ed i partiti che - detenendo il monopolio della
rappresentanza ed i mezzi (pubblici) necessari - debbono imporre e prevedere per il sistema
comunicativo integrato e della radiotele-visione una struttura di rilevamento come quella indicata.
In assenza di una tale struttura gli stessi investimenti pubblici - per non parlare delle risorse
estratte dai cittadini-utenti - sono privi di razionalità e d'utilità pubblica. E' appunto il caso italiano, dove gli investimenti pubblici e le sovvenzioni statali finanziano i profitti privati dei monopoli, peraltro senza contropartite. Tutto questo allontana i media dalla realtà e dai bisogni popolari e sociali, ma anche la politica ed i politici, che da quei media fortemente dipendono, sia quando sono "gettonati" che quando sono esclusi. Se non ammettiamo o non conquistiamo un controllo pubblico minimo- neppure sull'unico strumento disponibile per la sovranità popolare diretta (le comunicazioni di massa)- significa che siamo destinati a rafforzare- pagandone tutti i danni - i monopoli, le falsità e lo squallore politico e mediatico di una ristretta oligarchia anticostituzionale, antisociale ed antipopolare.
Sappiamo tutti che milioni di cittadini mobilitati possono essere irrisi da monopoli, governanti e
leader di partito. Sappiamo anche che lo stesso Parlamento italiano sta perdendo ruolo e potere.
E' vero che il frazionamento d'organismi e di sedi istituzionali serve alla causa dei monopoli e dei
privati- potenti.
Come già per altre questioni e per altri diritti fondamentali, rimane aperto il problema di conquistare alla "sovranità popolare" strumenti minimi d'agibilità politica e d'agibilità mediatica.
Le proposte del Forum DAC vanno appunto in questa direzione.