Dov'è l'Italia dei televisori sempre spenti, nonostante l'innumerevole offerta dei canali televisivi digitali pubblici - quadruplicati i canali della Rai - e privati, generalisti e locali, che sulla carta avrebbero dovuto recuperare e attrarre tanti più telespettatori, in un'ottica di pluralismo nella comunicazione?
L'Auditel non ce lo dice e continua a misurare una platea virtuale, che stranamente - salvo qualche lieve oscillazione +0,65 Rai, -1,89 Mediaset, +1,24 le altre Tv (le chiamano ancora così) - registra una scena cristallizzata da 24 anni, che non si è incrinata neanche con il terremoto digitale, di cui tutte le regioni colpite portano i segni evidenti nelle loro case, dove al momento dell'accensione della Tv va in onda sovente la qualsiasi, ovvero nessuno sa premendo i tasti sui telecomandi quali canali compariranno, spesso si vaga per ore alla ricerca della rete perduta, più spesso si rinuncia e ci si accontenta di quel che passa il piano frequenze del giorno.
Si è fatta ben complicata la vita in Italia del telespettore digitalizzato, considerato che tra i 10 milioni che ogni giorno mediamente accendono la Tv gran parte sono anziani di terza e quarta età e bambini, incapaci di interagire con quell'infernale 'aggeggio' che sintonizza i canali e che, nel caso dei decoder aggiunti agli apparecchi analogici, raddoppia i telecomandi da usare.
Non vogliamo immaginare cosa accade nelle famiglie campione Auditel, dove i telecomandi sono magari diventati tre per televisore, loro infatti hanno anche quello del meter che registra i canali sintonizzati per poi stilare le classifiche del chi vince e chi perde. Beato chi ci crede. E poi ci sono i telecomandi del Dvd, insomma un tripudio di tasti, spesso con simboli indecifrabili, che rimandano a menù esotici di cui gli italiani farebbero volentieri a meno, prima di scovare un programma di loro gradimento. A proposito di gradimento quella è un'altra favola, ve la raccontiamo la prossima settimana.