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Roberta Gisotti 05/09/2011

Si svolgeranno domani alle 11.30, nella Basilica di San Pietro, i funerali del cardinale polacco Andrzei Maria Deskur, scomparso sabato scorso a Roma all'età di 87 anni. Il rito sarà officiato dal cardinale decano Angelo Sodano, presso l
Da 33 anni prigioniero del suo corpo, il cardinale Deskur, paralizzato dai giorni del Conclave che segnò l'elezione al soglio pontificio dell'allora arcivescovo di Cracovia, Karol Wojtyla, suo compagno di seminario e grande amico per tutta la vita. Della statura intellettuale e morale di questo "pio e zelante sacerdote" - come lo ha ricordato ieri Benedetto XVI - "che seppe accettare l'infermità con evangelica rassegnazione", parliamo con il vescovo Pierfranco Pastore, che conobbe a fondo e collaborò con il cardinale Deskur, in un ambito dove la Chiesa è stata per tanti versi profetica, quello delle comunicazioni sociali.
D. - Quale eredità più grande lascia Andrej Deskur?
R. - Vorrei dire che la sua missione è stata segnata dal momento dell'elezione di Giovanni Paolo II al Pontificato, per le parole stesse che gli disse il Papa quando andò a trovarlo il giorno dopo la sua elezione all'ospedale Gemelli, dove lui era ricoverato. Gli disse: "Ecco, la tua missione, adesso, è ben segnata: tu dovrai pregare per il nuovo Papa e per la Chiesa con la tua sofferenza". Credo che questa sia stata la missione più grande, quella più vera.
D. - Lei ha avuto quindi modo di apprezzare la sua capacità di raccogliere questa particolare missione. Quale insegnamento, anche umano, nell'accettazione della sofferenzale le ha lasciato?
R. - Nel letto della sua sofferenza, lui a fianco accanto aveva una gigantografia di Giovanni Paolo II che guardava continuamente. Credo che il colloquio che c'era tra i due - e che noi non sentivamo, perchè era spirituale - era esattamente di totale dedizione e totale accettazione di quella che era la volontà del Signore. E, credo che il cardinale Deskur abbia dato davvero molto per il bene della Chiesa, non tanto e non soltanto quando fu degno presidente dell'allora Pontificia Commissione delle Comunicazioni Sociali - che poi divenne il Pontificio Consiglio, di cui sono stato segretario - quanto proprio per il valore della sua sofferenza, offerta con grande generosità e semplicità.
D. - Quali erano le sue idee innovative in quegli anni di fervore su argomenti nuovi sui quali si dibatteva anche nella società civile?
R. - Fu l'artefice - non l'unico, perchè ci lavorarono in molti - del documento che fu ed è, secondo me, ancora oggi fondamentale per l'apostolato delle comunicazioni sociali nella Chiesa: la Communio et progressio. Penso che rileggere quel documento significhi vedere quale segno abbia lasciato il cardinale Deskur della sua attività, della sua intelligenza e grandezza morale alla Chiesa di tutti i tempi.
D. - C'è un aneddoto personale di cui lei serba un ricordo particolare?
R. - Proprio nel giorno in cui veniva beatificato il suo migliore amico, io assieme a lui - l'allora arcivescovo Deskur era già sulla sedia a rotelle da molto tempo - andammo vicino alla bara di Giovanni Paolo II che era già stata sistemata nella Basilica. Mentre eravamo lì a pregare, davanti alla sua salma, mi venne in mente il giorno in cui, subito dopo la sua elezione, il Papa andò a trovarlo al Gemelli. Quel momento, quell'incontro mi sembrava fosse come la restituzione di una visita piena di gratitudine e di affetto.