Tra le forme più drammatiche di povertà è la mancanza di cibo: 1 persona su 8 nell’intero pianeta ancora oggi patisce la fame cronica, massima parte nei Paesi in via di sviluppo, specie nella regione africana subsahariana, dove gli affamati sono 1 su 4 ma anche in Asia e in America Latina il diritto al cibo è negato a centinaia di milioni di persone, cosi come a 16 milioni che vivono nei Paesi ricchi.
D. – Dott. Conforti, il rapporto indica 86 milioni in meno di affamati rispetto allo scorso anno. Anzitutto, come si arriva a contare chi non ha cibo in tutto il mondo?
R. – Il fatto che noi comunichiamo spesso un numero di persone che soffrono la fame potrebbe indurre a pensare che siamo in grado di contare una per una queste persone, ma purtroppo non è così. Tutto quello che i dati ci consentono di fare è di stimare una probabilità che un individuo, preso a caso in una popolazione, non abbia cibo sufficiente per condurre una vita attiva e sana.
D. – Essere scesi ad 842 milioni di affamati è un buon traguardo?
R. – Ci sono due obiettivi principali a livello internazionale per quanto riguarda la lotta alla fame nel mondo. Siamo in una condizione di assoluta impossibilità a raggiungere il primo dei due obiettivi, quello più ambizioso: ridurre entro il 2015 il numero di persone sottonutrite a meno di 500 milioni. Questo in due anni è impossibile dato che ne contiamo adesso circa 840 milioni. Viceversa, l’Obiettivo del Millennio che parla solo della percentuale di persone sottonutrite è relativamente vicino: l’attuale percentuale globale è valutata intorno al 14% e dovremmo ridurla di un altro paio di punti percentuali entro il 2015. Questo, quindi non è impossibile.
D. – Nel Rapporto, si dice che con una spinta finale l’obiettivo di sviluppo può essere raggiunto. In che modo?
R. – Bisogna fare una serie di interventi che aiutino a ridurre a breve il numero di persone che soffrono di sottonutrizione senza compromettere lo sviluppo a lungo termine. Quello che a lungo termine vediamo è che la crescita economica – soprattutto se condivisa e se capace di creare opportunità economiche, di impiego per i più poveri – ha un impatto positivo sulla sicurezza alimentare. Quindi, occorre fare di più, diventare più efficienti e crescere. Inoltre, occorre condividere i frutti di questo processo con i più poveri, in particolare con gli agricoltori che hanno una parte molto importante in questa storia. Tutte quelle che sono le reti di protezione sociale e altri elementi ridistributivi di questo genere possono aiutare molto la causa della fame, anche a breve termine.
D. – L’importante è che le tre agenzie dell’Onu facciano sentire la loro voce alla comunità internazionale…
R. – Sì, è quello in cui siamo impegnati. La settimana prossima, alla Fao si terrà la riunione annuale del Comitato per la sicurezza alimentare: un grande foro in cui si cerca di facilitare il dialogo tra le agenzie come la nostra, le altre agenzie con base a Roma, i governi e tutti gli altri attori coinvolti inclusa la società civile e, nella misura possibile, anche il settore privato. Crediamo molto nell’importanza di facilitare questo dialogo per identificare le politiche più adatte a migliorare la condizione della sicurezza alimentare nel mondo.