D. - Delusione, stanchezza e tanti interessi economici e politici, in questa trattativa estenuante per tutelare la salute dell’intero Pianeta. Dott. Bologna a che punto siamo del negoziato?
R. - Lei ha detto bene con questa sensazione complessiva di stanchezza e di delusione e di rimando, nel senso di rinviare delle decisioni che non riguardano soltanto la salute - come noi amiamo definire - del pianeta, ma anche la salute soprattutto degli esseri umani. Credo che l’evento del tifone nelle Filippine di questi giorni si aggiunga però a una situazione ben nota a livello scientifico, perché noi sappiamo che purtroppo la dimensione di questi cicloni e di questi uragani - per quanto riguarda la potenza energica che stanno sprigionando - è andata aumentando. A fronte di questa dimensione scientifica sempre più avanzata, c’è una inazione politica imbarazzante. Noi dobbiamo sostenere un negoziato che di fatto entro il 2050 deve arrivare almeno all’80% delle riduzioni delle emissioni. E questo significa che, globalmente, la popolazione umana che in quell’epoca sarà presente sulla terra dovrà permettersi una massimo due tonnellate pro-capite annue di anidride carbonica e non oltre. E noi oggi siamo in una dimensione assolutamente fuori registro, perché gli Stati Uniti sono oltre 17 tonnellate pro-capite, il Regno Unito oltre 10, la Germania sopra le 9, noi siamo intorno alle 7. La Cina, che è diventato un grande emettitore di anidrite carbonica, ma che ovviamente spalma questo su oltre un miliardo e 300 milioni di persone, sta intorno alle 7 tonnellate pro-capite annue. La sfida che abbiamo di fronte è una sfida epocale: non si può rispondere a questa sfida epocale con l’attesa, il rimando e l’inazione politica.
D. - Quante volte abbiamo sentito invocare un cambiamento nelle politiche industriali, nei consumi di massa, negli stili di vita…
R. - Io credo che, da questo punto di vista, il negoziato sul clima sia un po’ emblematico, perché noi non possiamo permetterci di continuare ad avere una crescita materiale e quantitativa quando sappiamo chiaramente - e vi prego di credermi - che non c’è alcuno scienziato al mondo che ci dice che si possa continuare a utilizzare, trasformare e distruggere i sistemi naturali come stiamo facendo adesso. Stiamo eliminando la base stessa del nostro benessere e delle nostre economie: non esiste alcuna economia se non c’è uso di risorse naturali. E' necessario cambiare veramente, perché questo è il meccanismo che si vuole avviare col negoziato, com’era già il Protocollo di Kyoto: è la riduzione delle emissioni.
D. - Vogliamo ricordare a che cosa si devono queste emissioni, chi sono i principali imputati?
R. - I responsabili sono le industrie carbonifera e petrolifera: tutto quello che le industrie carbonifera e petrolifera trasforma in termini energetici per il comparto elettrico e per quello che riguarda il sistema trasportistico. A questo, ovviamente, si aggiunge il cambiamento dell’uso del suolo, come noi abbiamo trasformato i sistemi naturali rendendoli sistemi agricoli da una parte o addirittura peggio ancora distruggendo il manto forestale, come avviene nelle foreste tropicali, bruciandole e quindi addirittura emettono anidride carbonica.
D. - Ci sono Paesi virtuosi e Paesi assolutamente inattivi su questo fronte?
R. - Diciamo che l’Europa sta rispettando abbastanza quelle che erano le indicazioni del Protocollo di Kyoto. Però, su un punto vorrei essere molto chiaro: anche chi è virtuoso in questo ambito, non basta dal punto di vista della sola efficienza energetica. L’efficienza energetica - come l’efficienza in tutti i campi per ottenere un input minore di energia e materie prime per produrre bene e servizi - è fondamentale. Ma se non la accoppiamo a una dimensione di sufficienza - e a questo come sappiamo ci richiama moltissimo anche Papa Francesco - laddove sufficienza vuol dire vivere nei limiti di questo Pianeta, rispettando queste risorse anche nel principio di equità, perché non è possibile che qualcuno può inquinare di più, può consumare di più, mentre altri non sono neanche in grado avere le basi essenziali della propria esistenza e quindi poter avere anche prospettiva di vita.